Nell’antichità, le uniche miniere conosciute per l’estrazione del “lapislazzuli” si trovavano in Afganistan e la rarità di questa materia le conferiva un valore paragonabile a quello dell’oro.

Già nel V millennio A.C. veniva usata dagli egizi per adornare le loro maestose sepolture e per tingere le stoffe delle vesti del faraone.

Si riteneva infatti che il suo blu profondo fosse il colore del Re e la sua luce composta di punti dorati, potesse mettere in confessione la terra e gli uomini con il Divino. La polvere dei “lapislazzuli” veniva usata anche in medicina per curare i disturbi mentali e le culture orientali erano convinte che la gonna possedesse forti poteri metafisici. Il colore Blu che la caratterizza, riporta l’immaginario collettivo ad una dimensione lontana dalla realtà, donando al gioiello un unicità che prescinde dal passare del tempo.

Avvicinandoci alla nostra cultura, passando per quella Latina, scopriamo come anche nel I Secolo D.C. lo storico romano Plinio il Vecchio descrivesse il “lapislazzuli” come “un frammento della volta stellata del cielo”

Ma è con il Rinascimento che la Gemma entrerà definitivamente nel panorama dell’arte che ha fatto la storia dell’Italia e del mondo intero. I pittori ricavavano dal “lapislazzuli” una polvere che veniva usata per ottenere il colore Blu oltremare, oggi prodotto artificialmente, ma allora ritenuto estremamente pregiato e di grande valore a causa della rarità di questi pigmenti. Il colore ottenuto dai “lapislazzuli” fu impiegato da grandi artisti come Giotto ad esempio per la realizzazione di alcuni affreschi nella cappella degli Scrovegni e della basilica di S. Fracesco D’assisi o come Michelangelo che lo utilizzò per dipingere i cieli del giudizio universale della cappella Sistema.